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Infopoint Abbiategrasso

Abbiategrasso è una splendida cittadina posta 22 km. a sud-ovest di Milano, facilmente raggiungibile in bicicletta lungo le alzaia del Naviglio Grande, nel cuore del Parco del Ticino.
Abbiategrasso, vista dall'alto del centro storico

Centro Sportivo Isola di San Giuseppe

Il Centro Sportivo Isola è situato a circa 5 km dall'abitato di Chiesa in Valmalenco. È possibile raggiungerci in auto salendo verso Chiareggio oppure sia a piedi che in mountain bike usufruendo del "Sentiero Rusca". Qui troverete una struttura organizzata con un bar nel quale è possibile ricaricarsi con panini, piatti freddi o abbondanti taglieri di affettati e formaggi nostrani, aperitivi o semplicemente ci si può rilassare nel solarium. Da qui si snodano diversi sentieri pedonali e ciclabili, inoltre durante la stagione fredda abbiamo la partenza della pista da sci di fondo Sabbionaccio / Chiareggio, lunga circa 15 km a seconda dell'innevamento, attraversano boschi e pascoli innevati e sono all'altezza delle aspettative degli sciatori esperti grazie a piste tecnicamente avanzate e dei principianti, grazie a sentieri facili.. Servizi offerti: noleggio SCI da FONDO o E-MTB, manutenzione sci, spogliatoio maschile e femminile con servizio docce. Per chi volesse avvicinarsi per la prima volta allo sci di fondo o volesse perfezionare la propria tecnica, sono disponibili maestri di sci abilitati della scuola sci Enjoyski school.Vengono organizzati corsi collettivi oppure lezioni private su prenotazione.Gabriele: 347-0697830 In estate, per gli amanti degli animali e per coloro che desiderano passare una giornata a stretto contatto con la natura, è possibile effettuare passeggiate a cavallo accompagnati sia per bambini che per adulti. Partendo dal Centro si possono fare diverse passeggiate più o meno impegnative come ad esempio il bellissimo Lagazzuolo, Sentiero dei Cervi, Sentiero Rusca, Chiareggio e tanto altro....Uno degli sport emergenti degli ultimi anni è il Nordic Walking, la tecnica di camminata con l´ausilio dei bastoncini nata in Scandinavia.Questa tencica è molto salutare in quanto coinvolge il 96% dei muscoli del nostro corpo. E´ possibile prenotare delle lezioni private o collettive eseguite da maestri qualificati.

Cosa mangiare a Cremona e dintorni

I piatti tipici da provare nel Cremonese
Cosa mangiare a Cremona e dintorni

Zucca Berrettina di Lungavilla

A Lungavilla viene coltivata una zucca chiamata ‘Capé da prèvi’, cappello da prete, per la forma che richiama il copricapo dei sacerdoti
Zucca Berrettina di Lungavilla

Castello Gallarati Scotti

Cozzo fu in epoca romana un'importante stazione per il cambio dei cavalli posta sulla strada imperiale che conduceva verso le Alpi Cozie (da cui deriva il nome della località) ed aveva nel III secolo d.C. la dignità di città municipale cui faceva capo tutto il territorio dell'attuale Lomellina. Con la fine dell'impero romano anche Cozzo conobbe un lungo periodo di decadenza, sino a quando i monaci benedettini di Cluny vi fondarono un'abbazia e iniziarono a bonificare il territorio. Nel medioevo, per la sua posizione in prossimità del corso del Sesia, Cozzo fu dotato di un forte castello, ricostruito dai Milanesi nel 1214 e rifatto nel XV secolo, quando divenne possesso della famiglia Gallarati. Il Castello Gallarati Scotti fu riedificato intorno alla metà del XIV secolo in luogo della precedente costruzione fortificata dell'XI secolo e circondato dai fabbricati dell'antico ricetto. Nel secolo successivo Francesco Sforza conferì il Castello alla famiglia Gallarati, che sopraelevò di un piano l'edificio aggiungendo la merlatura ghibellina e sistemò il torrione d'ingresso con funzione di rivellino. All'interno si conserva il dipinto monocromo di scuola leonardesca raffigurante la celebre "Madonna dell'Umiltà".   Un’interessante nota storica: una delle sale ospita una copia di quello straordinario documento che è la Tabula Peuntingeriana, fondamentale per le contemporanee conoscenze sulla geografia del mondo antico. La Tabula, unica rappresentazione cartografica della rete stradale romana che sia giunta sino ai nostri giorni, colloca Cuttiae, Cozzo, come tappa intermedia tra le località di Lomello e Vercelli.  La rappresentazione grafica di Cuttiae in questa tavola non si limita alla sola didascalia, ma è arricchita da un’icona, raffigurante due edifici affiancati, che si riferisce di norma alle località più importanti in relazione all’antica viabilità (Mediolanum, Milano per esempio è raffigurata con la stessa icona). I dati presenti nelle fonti scritte vengono confermati da quelli offerti dall’archeologia: da Cozzo proviene infatti una colonna miliaria riprodotta al Museo in dimensioni reali di 1,90 m di altezza e 90 cm di circonferenza, rinvenuta nel 1802 a 2 km da Cozzo che riporta il nome dell’imperatore Antonino Pio seguito dal numerale in cifre latine LVIII, che indicava la distanza tra Cuttiae e Mediolanum, identificata come il “caput viae” della strada che attraversava la Lomellina.  La Via Regina è il fil rouge di tutto il racconto del percorso museale allestito all’interno del Castello Gallarati Scotti. I visitatori sono invitati dalle guide del circuito The Original History Walks® che curano l’accoglienza a percorrere le vie del passato, a sovrapporle a quelle del presente per provare ad immaginare insieme un futuro comune più sostenibile.  Il Castello Gallarati Scotti è un museo-laboratorio in continua evoluzione e trasformazione. È sede della Bottega di Leonardo, un team di giovani professionisti, dall'ingegnere idraulico al fisico teorico, dagli esperti di musica e interpretariato alla nutrizionista che, in italiano e in inglese, coinvolgeranno gruppi, scolaresche, famiglie invitandoli a tornare più e più volte per percorrere un tratto di strada insieme. Durante tutto il percorso, arricchito da pannelli esplicativi in italiano e inglese, installazioni digitali di realtà aumentata e artificiale, oculus e altri strumenti interattivi ricorderanno come la progettazione del futuro si basi su una profonda consapevolezza e conoscenza del passato. Si potrà, tra le altre installazioni, interagire con un amministratore-avatar, (l’attore pavese Davide Ferrari) che, alla scrivania da cui per secoli sono state gestite le terre di proprietà del castello e le maestranze che qui hanno lavorato, racconterà la via della giusta amministrazione Lo splendido affresco monocromo della Sala del Re che ricorda lo storico incontro nel 1499 a Cozzo del Re di Francia Luigi XII poi prende  vita e si anima, grazie alla tecnologia della realtà aumentata, davanti agli occhi dei visitatori proprio nel momento dell’arrivo dei due cortei: da una parte Luigi XII, scortato da alabardieri, in compagnia dei cardinali Giorgio d'Amboise, Giuliano Della Rovere e da un altro un personaggio che si pensa fosse Cesare Borgia. Di fronte la padrona di casa, Maria Percivalle Roero, moglie di Pietro Gallarati, con il marito, le damigelle e giovani cavalieri. È una bellissima istantanea d’epoca in cui la politica del confronto ha il sopravvento su qualsiasi conflitto e prova a ricomporre dissidi che sembrerebbero insanabili. Un messaggio di grande attualità. Pietro Gallarati, primo signore di Cozzo, era proprio questo, un grande diplomatico dalla carriera sfolgorante durata per quasi cinquant’anni. Intimo della famiglia ducale, tanto che Galeazzo Maria, il figlio di Francesco, lo chiamerà sempre zio, riconoscendogli un ruolo di guida autorevole ma affettuosa, è consigliere aulico, cioè di corte già nel 1452, gli sono affidati incarichi diplomatici di grande rilevanza e fiducia presso le corti e i potentati italiani e stranieri, a Venezia, Mantova, Napoli, in Francia, a Roma, nel Monferrato. Partecipa a trattative di pace e concorre a stipulare patti di matrimonio che non sono altro che alleanze politiche, come ad esempio quello tra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Maria Sforza, futuro erede del ducato che vede Leonardo come organizzatore della Festa del Paradiso. Fu proprio Pietro Gallarati a recarsi a Firenze insieme a Cicco Simonetta, allora proprietario del castello di Sartirana, per convincere Leonardo a spostarsi a Milano alla corte degli Sforza ed iniziare tra l’altro quelle mirabili opere di ingegneria idraulica che hanno trasformato il volto di un territorio e permesso di introdurre quella coltura che da ‘spezia’ diviene un alimento di uso sempre più comune: il riso. Sono tante le sorprese e i motivi di meraviglia all’interno del Castello perché il percorso permette più livelli di approfondimento e fruibilità a seconda degli interessi di chi lo visita. Oltre alla ricerca storica e scientifica puntuale che ha visto il contributo fondamentale delle storiche Maria Luisa Chiappa Mauri e Luciana Fantoni, dell’archeologo Nicola Cassone e del geologo Pier Luigi Vercesi insieme ad Andrea Gallarati Scotti e Silvia Passoni, e alla bellezza dei pezzi esposti, tra cui una sala di mappe del territorio magistralmente restaurate, il museo è arricchito da sale immersive, realtà virtuale e applicazioni di realtà aumentata ideate da 4Draw, studio grafico pavese, uno studio geologico di questa terra particolarissima per fonti, fontanili e risorgive, un plastico ne mostrerà anche la formazione ed un grande video seguirà con un drone il corso del Cavo Gallarati Scotti che per trentun chilometri porta le acque dalla Palude di Vinzaglio fino a Cozzo per irrigarne i campi e renderli pronti a dare vita alla coltura del riso, coltura lomellina per eccellenza fino alla creazione di consorzi, come per esempio il Consorzio Est Sesia, e all’applicazione di un nuovo concetto di agricoltore che diventa imprenditore agricolo in grado amministrare e custodire per un bene comune. Spostandosi attraverso l’allestimento curato dall’architetto Maria Paola Gatti dello Studio Torriani-Gatti di Pavia e dall’architetto Antonio Mazzeri si avrà concretamente la sensazione di percorrere una immaginaria strada che mostra l’unica via possibile per conservare e trasmettere l’eredità di cui siamo chiamati ad essere custodi. Il Castello che possiede un ampio ricetto ed un’aula didattica predisposta all’accoglienza di attività per gruppi, scolaresche e famiglie sarà aperto tutto l’anno solo su prenotazione, orari di apertura e contatti sul sito castellogallaratiscotti.it - info@castellogallaratiscotti.it - +39 340 1480301

Tra terme e Incisioni Rupestri: Weekend Benessere in Valle Camonica

Un soggiorno perfetto per chi desidera rilassarsi, vivere la cultura e scoprire la magia della Valle Camonica in modo unico.
Terme di Boario

Monte di Brianza da Olgiate Molgora

Il Monte di Brianza ha mantenuto nel tempo un elevato valore paesaggistico: antichi nuclei rurali e cascine, che insieme ai boschi e ai terrazzamenti, hanno conservato e l’architettura e gli abitati della civiltà contadina tipici dell’Alta Brianza.   Questo paesaggio rappresenta il valore identitario della Brianza che vede i suoi centri abitati collegati da millenarie mulattiere e una articolata rete sentieristica. La morfologia del territorio è stata completamente modificata per lo sfruttamento delle risorse, trasformando il paesaggio da ambiente naturale a territorio rurale. Non solo opere agricole, ma vere opere architettoniche, create dall’uomo per modellare la verticalità dei pendii, ampliare lo spazio coltivabile, contenere l’avanzare tenace del bosco e delimitare le proprietà terriere. Il percorso parte dalla stazione di Olgiate Molgora, dalla quale è possibile già ammirare il rilievo del Monte di Brianza e in particolare a metà costa, il piccolo borgo di Monasterolo. Dalla stazione si raggiunge la località Olcellera, quindi la frazione di Porchera, lungo un sentiero delimitato da alti muri a secco. L’abbandono di alcuni terrazzamenti ha consentito al bosco di avanzare inglobandoli e dando luogo a consistenti porzioni di bosco terrazzato. Dopo aver attraversato il sedime della vecchia ferrovia, proseguire lungo lo stretto vicolo fino a scendere all’abitato. Il toponimo di Porchera, derivante da “porcaria”, ovvero “stalla di porci”, lascia chiaramente intendere che un tempo questa era una località caratterizzata dalla presenza di grandi allevamenti di maiali mentre oggi si presenta come un agglomerato di cascine e vecchi edifici. Seguendo l’acciottolato si arriva di fronte a un bivio. Oltrepassando il sottopasso sotto il sedime ferroviario si arriva in località Stalasc (stallacce), punto di partenza di una lunghissima scalinata, grandiosa opera di architettura contadina che conta ben 1117 gradini e che rappresentava l’arteria principale per raggiungere i numerosi terrazzamenti e ronchi, realizzati utilizzando la pietra locale, in prevalenza arenaria e molera.Nella porzione più alta della scalinata, degna di nota è la presenza, a destra e a sinistra, di scale costituite da pietre a sbalzo nel vuoto costruite per rimontare i muri del terrazzamento e raggiungere quello superiore o viceversa. Un tempo questi terrazzamenti, oggi ormai quasi assorbiti dall’avanzare dei rovi, erano coltivati soprattutto a vite per la produzione del vino locale chiamato “Nustranel” e per la coltivazione di frutta e verdura tipica dell’economia di sussistenza contadina. I prodotti che invece venivano prodotti per essere venduti sui mercati agricoli erano principalmente piselli e taccole.La scalinata di Porchera presenta dei tratti esposti e per tale ragione è opportuno non percorrerla in discesa, soprattutto se bagnata. Al termine della scalinata si percorre a sinistra il sentiero in piano fino al nucleo di Monasterolo, chiamato così perché in origine era un monastero di monache di clausura, fondato intorno al 1400 da una nobile della famiglia Corno. Fu chiamato Monasterolo per distinguerlo dal più grande e famoso monastero della vicina Bernaga. Nel 1858, lo storico Giovanni Dozio aveva scritto al riguardo: “A mezzo il monte, che s'alza sopra capo a Porchera, in un angusto ripiano è il Monasterolo, un gruppo di meschine case e quasi decadenti, con un oratorio eretto ad onore di San Giuseppe nel 1736”. Al limitare del borgo si trova la chiesa di San Giuseppe, ora sconsacrata e adibita ad abitazione privata. La piccola piazza del borgo, dove è possibile approvvigionarsi d’acqua potabile ad una fontanella, merita una sosta. I terrazzamenti intorno all’antico nucleo erano coltivati per consentire l’autosufficienza alimentare, ora invece sono in buona parte abbandonati e lasciati a prato. Il sentiero continua in salita con segnavia n.2 e a un trivio bisogna mantenere sempre la sinistra, ma vale la pena svoltare a destra per una sosta nell’ampia radura chiamata “camp di tedesch”, dalla quale si gode di un magnifico panorama sulle colline di Montevecchia e alle cui spalle nelle belle giornate si può vede Milano fino a giungere agli Appennini e all’Oltrepò Pavese. Il sentiero si snoda per circa un chilometro in un bosco di castagno, roverella, frassino, ciliegi e acero montano fino ad arrivare ad un’area di sosta. Si segue il segnavia verso Beverate e si scende fino ad incontrare un bivio. Mantenersi sempre a sinistra sul sentiero n. 6 fino ad intercettare un’ampia strada boschiva, che si segue fino ad arrivare a cascina Rapello. Sul muro della cascina, da far risalire alla seconda metà del settecento, un affresco di San Giobbe, venerato santo protettore dei cavalè, i bachi da seta, ricorda il tempo in cui la bachicoltura rappresentava un’importante attività per integrare le magre entrate della vita contadina. A quel tempo, sui terrazzamenti era praticata anche la gelsicoltura. Il sentiero continua in costa fino alla frazione di Aizurro, di cui si scorge tra gli alberi la chiesa.I terrazzamenti un tempo erano coltivati a piselli, fagioli, cornetti, patate e porri, prodotti che poi venivano venduti al mercato agricolo di Valgreghentino.In prossimità delle prime case di Aizurro il sentiero si divide e si imbocca la sezione che dolcemente sale fino ad incrociare una strada sterrata che conduce al centro storico. Si hanno notizie di questo nucleo abitato intorno al 1412. Giunti in piazza Roma, si arriva a un grande lavatoio ben conservato, un tempo importante luogo di ritrovo per le massaie della frazione.L’itinerario continua imboccando la stretta via parallela alla via Tolsera, lungo la quale è possibile godere di un ampio panorama sulla valle dell’Adda, in particolare sul Santuario della Rocchetta, che sorge sulle fondamenta di un antico castello longobardo di cui si hanno notizie già dall'anno 960. La stretta via si ricongiunge poi con via Tolsera e prosegue per una strada sterrata che si sviluppa a mezza costa tra qualche saliscendi fino al nucleo rurale di Veglio.Il bosco era qui una estesa selva castanile e tracce di terrazzamento sono ancora visibili. Per una larga fascia delle popolazioni del Monte di Brianza, la coltivazione della castagna ha rappresentato un’importante risorsa alimentare che andava ad integrare la povera dieta contadina. Le castagne, vendute nei mercati del Milanese, costituivano un’entrata economica fondamentale per le famiglie. Da qui si può godere del panorama sulla Valle dell’Adda e sulle Prealpi Bergamasche. Lungo l’itinerario sulla destra si incontrano terrazzamenti, coltivati a zafferano, patate, frumento e una antica varietà di mais, lo scagliolo. Interessante il masso erratico di serpentinite che si trova lungo la strada, denominato “Sass balena” per la sua particolare sagoma. Dopo circa 500 metri si arriva a uno dei più suggestivi borghi rurali del Monte di Brianza: Veglio. Il toponimo potrebbe essere ricondotto al significato di “vegliare”, “fare da guardia”. La sua presenza è attestata fin dal 1412. I terreni circostanti appartenevano alle monache del monastero della Bernaga (Perego ora La Valletta Brianza). La struttura, antecedente al Settecento, è un raro esempio di abitato montano a cortina chiusa e compatta, che definisce una corte stretta e allungata sulla quale si affacciano gli edifici, costruiti in pietra con piccole e rade finestrature.La fila di gelsi, ora ridotta a pochi esemplari, costituiva una caratteristica architettura vegetale, che incorniciava l’ingresso di Veglio, a testimonianza della pratica della bachicoltura, comprovata anche dalla presenza in un locale della cascina di graticci per l’allevamento del baco da seta. Si prosegue e a circa 200 metri in alto sulle balze, si trova una cappelletta votiva dedicata ai morti della peste, il cui affresco appare purtroppo indecifrabile. Poco più avanti sulla destra prendere il segnavia che indica la direzione Biglio. Il sentiero attraversa nel bosco la valle della Pizza, lungo la quale si notano grandi massi erratici di granito-ghiandone, testimonianza del ghiacciaio nella Valle dell’Adda.Si abbandona il bosco solo in prossimità delle prime case di Biglio che documenta il tipico borgo contadino dell’Alta Brianza. L’abitato si sviluppa in due parti: Biglio Inferiore e sopra un pianoro più in alto, Biglio Superiore. Nel suo “Liber Notitiae Sanctorum Mediolani”, redatto tra il 1290 e il 1311, Goffredo da Bussero ne cita la piccola chiesa di campagna. Le cronache riferiscono della presenza di un piccolo cimitero ora scomparso. L’architettura del nucleo rurale di Biglio Inferiore risente dell’influenza del Bergamasco e di conseguenza della Serenissima. Le costruzioni sono basse e all’interno si trovano stalle, fienili e ricoveri per attrezzi.Salendo lungo la mulattiera si osserva, oltre al vasto panorama, i terrazzamenti che modellano l’ampio costone tra Biglio Superiore e Biglio Inferiore. Qui il paesaggio offre uno degli scorci più significativi e di grande bellezza del Monte di Brianza.I terrazzamenti a fianco dell’abitato di Biglio Inferiore sono coltivati a ortaggi e conservano molti alberi da frutta antica. Biglio Superiore è ancora abitato e un bel lavatoio, recentemente recuperato, campeggia in mezzo alle case presso l’Agriturismo “Il Terrazzo”. Il giro vallivo continua salendo per la mulattiera mantenendo la sinistra. Dopo poche decine di metri dalle ultime case di Biglio si intravvede sulla destra della riva un piccolo sentiero che sale sopra un grande pianoro, dal quale la vista sul Monte Resegone è imperdibile.Si segue sempre il segnavia n.9.Dopo circa un chilometro si incontra uno dei più caratteristici elementi del nostro paesaggio rurale: un casotto, in dialetto “cassòt”, ricovero degli attrezzi o avamposto per lo sfruttamento delle risorse legate al bosco e ai terrazzamenti, e più avanti una bella cappelletta dedicata alla Madonna e ai morti della peste. Dopo circa due chilometri dall’abitato di Biglio, si arriva in prossimità di Campiano, di cui è attestata la presenza in un atto riferito alla sua selva nel 960. Il toponimo significherebbe “campo in piano”. Da Campiano si raggiunge l’’Eremo del San Genesio seguendo il segnavia n. 4, percorrendo un ripido sentiero. Al Ristoro Alpino San Genesio il servizio è garantito nei giorni di sabato e domenica. Dalla sommità del Monte San Genesio è possibile spaziare su un ampio panorama. Si racconta che anticamente su questo colle ci fosse un tempietto dedicato a Giove (da cui il toponimo del vicino paese di Giovenzana) o a Giano (da cui deriverebbe Genesio). Il primo documento storico in cui si parla di una cappella di S. Genesio sul Monte Suma risale all'anno 950.Nei secoli fu dimora prima dei monaci agostiniani e successivamente dei monaci camaldolesi. L’eremo è oggi proprietà privata. Ancora ben tenuti sono i terrazzamenti che disegnano e contengono il grande giardino intorno all’eremo.Dall’Eremo si segue e sempre il segnavia n. 1 fino ad arrivare alle prime case di Campsirago, nascoste dietro grandi affioramenti di roccia arenaria, il cui nome deriva da "campi sirati", che significa "terreni coltivati e muniti di silos", e testimonia la più che millenaria tradizione agricola di questo centro. Molto probabilmente la piccola comunità conservava cibi e raccolti in questi depositi (forse anche sotterranei) e poteva così essere autosufficiente in tutte le sue necessità. Le attuali costruzioni risalgono al XIV - XV secolo con alcuni edifici forse di epoca medievale.I terrazzamenti sono mantenuti a prato, testimoniando la transizione della vocazione di Campsirago, da borgo agricolo a borgo residenziale. Lasciando alle spalle le ultime case, prima del grande parcheggio della frazione, svoltare a sinistra e seguire il sentiero n. 1. Questo consente, attraverso una millenaria mulattiera, di camminare agevolmente in bosco per due chilometri fino alla frazione di Mondonico.Durante il percorso è interessante notare muri a secco di buona fattura e efficienti opere di ingegneria idraulica per governare i numerosi affluenti del torrente Molgora che nascono proprio in questa valle. Degna di nota, nei pressi della località Campione, è la presenza di un enorme masso coppellato in arenaria, importante reperto archeologico che attesta la presenza dell’uomo ancora prima dell’Età del Ferro.Prima di arrivare a Mondonico, una evidente mulattiera sulla sinistra invita a raggiungere il vecchio nucleo rurale con un piccolo oratorio dedicato al Santo Crocifisso. La località è nota con il nome di il Casino e il toponimo potrebbe riferirsi all'uso di uno degli edifici come residenza rurale signorile adibita all'attività venatoria. Passando a lato dell’Oratorio del Santo Crocifisso, il percorso fiancheggia notevoli muri a secco e terrazzamenti abbandonati, invasi dai rovi. Il bosco terrazzato ha preso il sopravvento sia a valle che a monte del percorso. Dopo aver oltrepassato un caseggiato bianco sulla sinistra, chiamato Cà Bianca, il sentiero si dirama in un bivio. Piegare a destra e al masso erratico con una piccola cappelletta votiva alla Madonna proseguire a sinistra verso Monasterolo attraversando la Valle del Corna, dove scorre l’omonimo torrente. Sotto l’abitato di Monasterolo, prendere la direzione per Olgiate Stazione, scendendo per una suggestiva mulattiera tra terrazzamenti e alti muri a secco fino all’imbocco del sentiero a destra, che conclude l’anello e arriva alla stazione di Olgiate Molgora.
Monte di Brianza da Olgiate Molgora

La glaciale Valle dei Forni

Il cammino ad anello qui proposto, permette di percorrere tutta la valle dei Forni, posta al centro del gruppo Ortles – Cevedale, una vallata di origine glaciale percorsa dall’impetuoso torrente Frodolfo alimentato dal ghiacciaio, le cui pendici sono tappezzate da radi boschetti di larici. Lo spettacolo di questo luogo è soprattutto dato dall’incredibile veduta sull’imponente ghiacciaio dei Forni, il più grande ghiacciaio vallivo italiano, che diviene ben visibile già a pochi minuti di camminata dal parcheggio e che rende questo luogo assolutamente unico in tutte le Alpi centrali. Il sentiero è ben segnalato con diverse indicazioni colorate sulle rocce e con moltissimi cartelli posti nei bivi principali. Nonostante sia classificato come escursionistico, i tratti complicati sono veramente pochissimi e, con un po’ di attenzione, può essere percorso da tutti. Anche se in autunno si potrebbero incontrare dei tratti completamente ghiacciati. Per questa ragione è assolutamente consigliato controllare l’eventuale presenza di neve e portare con sé dei ramponcini se si ha intenzione di affrontare il trekking da inizio ottobre in poi. Dopo la prima nevicata consistente comunque si consiglia di evitare questo itinerario, a favore di altre proposte più semplici che hanno come punto di partenza il parcheggio dei Forni o direttamente il paese di Santa Caterina. Dal paese di Santa Caterina in Valfurva, imboccando la strada comunale dei Forni, si ha accesso alle valle dei Forni. Il percorso affronta la salita lungo il versante destro, per poi raggiungere la base del ghiacciaio e i ponti tibetani posti proprio dove nasce il torrente. La discesa avviene invece lungo il versante opposto, con la possibilità di fare una sosta al Rifugio Branca. Il Sentiero Glaciologico è probabilmente il tracciato migliore per poter vivere pienamente l’esperienza di una camminata in un luogo così suggestivo. In primavera la valle è infatti famosa per le sue bellissime fioriture e le mandrie di animali al pascolo; non sarà inoltre raro vedere marmotte, camosci ed ermellini. In autunno l'esplosione dei colori è invece da ricercare sulle chiome dei numerosi larici sparsi all’inizio della vallata. Qualunque sia il periodo da voi scelto però la bellezza del ghiacciaio e la maestosità delle Tredici Cime che lo sovrastano rimarrà la stessa. Per arrivare al parcheggio bisogna raggiungere il paese di Santa Caterina, dove è necessario acquistare un ticket dal costo di 5 euro presso l’ufficio turistico. In bassa stagione e durante alcune giornate lavorative le regole però potrebbero cambiare, mentre in certi periodi la strada potrebbe venire chiusa; per questo è consigliato contattare anticipatamente l’ufficio turistico del paese. Da Santa Caterina si imbocca la strada comunale dei Forni lunga circa 4 km che, sebbene presenti alcuni tratti un po' stretti, è comunque sempre asfaltata e ben tenuta.Al termine della strada si giunge ad un ampissimo parcheggio sterrato. I posti auto sono moltissimi, ma in piena estate c'è sempre un alto afflusso di persone, con conseguente rischio di non trovare uno spazio libero. Appena usciti dall’auto si nota immediatamente il Rifugio Forni, posto in una posizione sopraelevata a pochi passi dall’area di parcheggio più alta. È incredibile pensare come un tempo in inverno il ghiacciaio si estendesse fino a qui, andando di fatto a coprire l’intera valle. Negli ultimi 150 anni il progressivo ritirarsi della massa di ghiaccio è stato costante e dagli inizi del 1900 la superficie si è ridotta del 36%. Proseguendo nella camminata saranno sempre più evidenti le tracce di questo triste fenomeno. Per imboccare il sentiero bisogna raggiungere una grande bacheca posta alla fine del parcheggio, si gira quindi a destra e si attraversa il torrente; qui un cartello segna l’inizio del sentiero Glaciologico Basso (524) e di quello Alto (520), che nella prima parte coincidono. Il tratto prosegue ora lungo una singolare scalinata fatta interamente di rocce e, dopo una breve salita, si addentra in un piccolo boschetto di larici.In autunno questa prima parte del sentiero è un vero spettacolo per via dei colori giallo e arancione dell’erba e delle chiome degli alberi. Sfortunatamente da qui non è ancora possibile ammirare il bianco intenso del ghiacciaio dei Forni, ma anche così vale sicuramente la pena fermarsi per qualche scatto. Il sentiero prosegue con una salita costante ma non troppo impegnativa fino alla deviazione con il sentiero Glaciologico Alto. Data la stagione autunnale, il tratto proposto è quello del sentiero Glaciologico Basso, sia per poter rimanere ad una quota inferiore sia per poter ammirare meglio i larici, i quali sono del tutto assenti nel tratto più alto. In estate invece la scelta dipende dal tempo a disposizione e dal dislivello che si ha intenzione di percorrere. Entrambi i sentieri comunque si ricongiungono dopo pochi chilometri, in corrispondenza dell’ultimo tratto prima dell’arrivo al ghiacciaio. Girando a sinistra si rimane quindi sul sentiero CAI 524, che prosegue a mezza quota con diversi saliscendi mai impegnativi. Per lunghi tratti il sentiero diviene quasi pianeggiante e permette di godersi appieno la camminata in mezzo al bosco. Giunti circa a quota 2.250 m gli alberi iniziano a lasciare spazio alla classica vegetazione di alta montagna ed è proprio in questa parte che finalmente la vista può aprirsi all’incredibile bellezza del ghiacciaio e alla cima innevata del monte di Peio. Tanti piccoli ruscelli cristallini, una spruzzata di neve sui pochi arbusti rimasti ed in lontananza un’enorme massa di ghiaccio bianco: sono questi gli scorci che regala la Valle dei Forni. Proseguendo il sentiero si sposta sempre di più verso il centro della valle fino al raggiungimento della deviazione per il Rifugio Branca (situato sul lato opposto del torrente). Per chi non ha più fiato c’è quindi la possibilità di concludere qui la salita verso il ghiacciaio e proseguire lungo un sentiero molto più dolce che in 30 minuti conduce al rifugio. Per tutti gli altri il mio consiglio è quello di ignorare il cartello con l’indicazione per il rifugio e proseguire andando dritti, senza però scordarsi di una piccola deviazione per visitare i due ponticelli in legno che, al centro della valle, consentono di superare il torrente e raggiungere il rifugio. Quello che inizia ora è probabilmente il tratto più complesso: da quota 2.300 m bisogna raggiungere i 2.500, lungo un sentiero che si fa sempre più stretto e con un fondo molto roccioso e sconnesso. In autunno diversi tratti purtroppo si coprono di ghiaccio per via dei numerosi ruscelli che li attraversano. Se le lastre di ghiaccio non sono troppo estese è possibile deviare brevemente fuori dal sentiero rimanendo su tratti più asciutti, in caso contrario è assolutamente necessario utilizzare dei ramponcini. Per informarsi riguardo lo stato del sentiero è possibile contattare l’ufficio turistico di Santa Caterina o di Bormio. In alternativa è possibile accedere al sito del rifugio Branca per visionare le immagini della webcam installata sul tetto, che inquadra proprio questa parte del sentiero. Si prosegue quindi su un tratto abbastanza ripido e dopo un paio di tornanti si scorge il segnale con l'indicazione del sentiero Glaciologico Alto.Appena dopo la ricongiunzione con il sentiero alto inizia quella che probabilmente è una delle aree paesaggisticamente più spettacolari dell'intera escursione. Le enormi cime rocciose coperte di neve sono ormai vicinissime e attorno al sentiero si estende un paesaggio ricco di detriti morenici depositati dalla lenta azione del ghiacciaio. Camminando su un fondo sassoso e superando una piccola frana, si giunge su un'enorme formazione rocciosa rossastra caratterizzata da una superficie levigata e ricca di piccole concavità dove si deposita l'acqua; una volta il fronte del ghiacciaio arrivava fino a qui e nel corso degli anni ha completamente lavorato la parete di roccia. Ancora un piccolo sforzo e finalmente si compie l'ultimo tratto di salita. La vista si apre ora alla vasta piana rocciosa posta alla base del ghiacciaio. Qui detriti, terra scura e enormi massi ferrosi si mescolano, dando vita ad un paesaggio disordinato, quasi malinconico, ma comunque molto affascinante. Scendendo tra piccoli omini di pietra, facendo sempre attenzione ai tratti ghiacciati, ci si può ora anche voltare verso il punto di partenza per osservare tutto il tratto percorso lungo la parte bassa della Valle dei Forni. Il paesaggio da qui è dominato dal massiccio del Gran Zebrù (3.856 m). Da questa posizione la valle risulta essere abbastanza anonima per via dei colori spenti dell'erba, ma guardando in lontananza si scorgono delle punte d'arancio: il piccolo bosco accanto al parcheggio. Proseguendo lungo il sentiero, in 5 minuti si raggiunge il primo ponte tibetano che permette di superare un piccolo fiumicello. Il primo ponte è lungo solamente pochi metri ed è ben saldo, il secondo invece è molto più alto e passa proprio sopra un tratto particolarmente impetuoso del torrente. Se non avete mai percorso un ponte tibetano camminarci sopra sarà sicuramente una bella esperienza. Il ponticello è interamente chiuso da corde metalliche, con le quali ci si può tenere, quindi non c'è assolutamente nessun pericolo. Appena prima del secondo ponte, ci si trova proprio al centro dell'enorme depressione del terreno creata dall’azione del ghiacciaio; questo è probabilmente il punto migliore per ammirarlo nella sua interezza. Dinanzi a questa bellezza è veramente impossibile rimanere indifferenti, anche se lo stupore non può che lasciare presto spazio ad un certo senso di amarezza: la massa di ghiaccio ha delle forme spezzate, in lontananza sono evidenti diversi crolli ed il fronte più vicino è sporco e ricoperto di detriti. Purtroppo il cambiamento climatico non sta lasciando scampo a questo spettacolo della natura ed oggi il ghiacciaio dei Forni non esiste più come massa unitaria, ma si è diviso in tre colate distinte (orientale, occidentale e centrale) ben visibili da questa posizione, Il sentiero prosegue dritto verso il Rifugio Branca, ma è comunque possibile provare ad avvicinarsi maggiormente alla lingua di ghiaccio più bassa. Svoltando a destra quindi è possibile incamminarsi lungo un sentiero pressoché in piano fino al raggiungimento di un piccolo laghetto generato dallo scioglimento del ghiaccio.Camminando lungo la costa del piccolo specchio d'acqua si ha la fortuna di ammirare il ghiacciaio dei Forni da una posizione veramente privilegiata, mentre aggirando il lago sulla destra è possibile avvicinarsi ulteriormente. Il progressivo scioglimento sta causando continue variazioni nella superficie del ghiacciaio: l'altezza della parete sta via via diminuendo e all'interno della stessa si formano e vengono distrutte costantemente delle piccole grotte.È quindi assolutamente sconsigliato provare a entrarci o provare a camminare sopra l'area del ghiacciaio se non si è esperti o accompagnati da una guida.In generale tutto questo tratto alternativo deve essere percorso con molta cautela valutando attentamente i pericoli. Se non ve la sentite non c'è nessun problema, perché la vista è comunque magnifica anche dal sentiero principale. Superato il secondo ponte si giunge all'ennesimo punto estremamente panoramico di questa escursione: un piccolo laghetto che riflette alla perfezione il monte Gran Zebrù.Dopo qualche scatto si riprende la discesa verso il Rifugio Branca, dove il sentiero 520, dopo un ampio tornante sinistrorso, affronta la discesa all'interno di un canalone. Questo brevissimo tratto è abbastanza ripido e parecchio scivoloso per via della presenza di un fiumicello che si riversa sulle rocce. Non ci sono cordini o catene con i quali tenersi, quindi bisogna procedere con passo fermo e facendo molta attenzione.Superato questo tratto un po' tecnico, il sentiero ricomincia a tagliare in mezzo ai prati della valle dei Forni e in pochissimi minuti ci conduce alla base del Rifugio Branca.Il rifugio è chiuso nel periodo autunnale, per conoscere i periodi di apertura è conveniente consultare il loro sito web.Nello spiazzo erboso sottostante al rifugio la veduta non è paragonabile a quella visibile dai ponti, ma è comunque difficile non fermarsi per ammirare il panorama. La traccia descritta prevede ora di scendere lungo il sentiero numero 524.Questo tratto è di fatto un'ampia strada sterrata che serve per raggiungere il Rifugio Branca in jeep direttamente dal parcheggio del Rifugio Forni. La discesa quindi prosegue molto spedita e senza particolari scorci differenti rispetto all'andata. Essendo così ampia e ben battuta, la strada può anche essere tranquillamente percorsa di notte con una torcia, magari dopo aver passato il tramonto proprio alla base del ghiacciaio. In poco più di mezz'ora così si raggiunge nuovamente il parcheggio. Nel periodo estivo è possibile spezzare in due l'escursione fermandosi per pranzo al Rifugio Branca. Da settembre/ottobre il rifugio è però chiuso, per questo sarà necessario portarsi il pranzo al sacco oppure decidere di mangiare alla fine dell'escursione proprio al Rifugio Forni o al Rifugio Stella Alpina, posto pochi chilometri più a valle lungo la strada che da Santa Caterina conduce al parcheggio. - Ph: Stefano Poma
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