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Il tour virtuale del Santuario di Ardesio

Meta di pellegrinaggi e cammini ma anche luogo da visitare per le opere artistiche in esso custodite, il Santuario della Madonna delle Grazie di Ardesio è visitabile anche da lontano, grazie al tour virtuale interattivo sviluppato nel 2017 per promuovere il Santuario, importante esempio di arte barocca in Val Seriana. Dall'home page del sito di Vivi Ardesio è possibile immergersi nella visita al Santuario e passeggiare anche per le viuzze del centro storico di Ardesio.  Ardesio, è un piccolo borgo che sorge ai piedi delle Prealpi Orobiche. Nel cuore dell'abitato sorge maestoso il Santuario dedicato alla Beata Vergine, edificato dove il 23 giugno 1607 vi fu la miracolosa apprizione della Madonna.  Il tour virtuale permette di "passeggiare" al suo interno stando comodamente seduti davanti ad un computer oppure utilizzando un visore per la realtà virtuale.  Il tour è stato sviluppato dal fotografo Piero Annoni ed è implementato con informazioni  che arricchiscono la visita. Il tour porta alla scoperta del Santuario, permettendo la visita non solo dei luoghi più noti ma anche di quelli a cui spesso non si può accedere. Ecco quindi che oltre a passeggiare lungo la navata di potrà salire sull’altare e osservare da vicino il quattrocentesco affresco della Stanza dei Santi realizzato da Giacomo Busca e davanti al quale apparve la Beata Vergine, si potrà entrare nella Sacrestia e osservare da vicino l’organo di Giovanni Rogantino di Morbegno (Sondrio), del 1636. Spettacolare poi la vista dall'alto del campanile.  Qui il link al tour virtuale.    L'Apparizione Il 23 Giugno del 1607 Maria e Caterina Salera, due sorelline di 11 e 9 anni, si chiusero in una delle stanze della loro casa, la Stanza dei Santi, per pregare affinché cessasse il forte temporale che si stava abbattendo su Ardesio. Durante la loro Preghiera la stanza si riempì di luce, e dinnanzi a loro apparve la Madonna in trono con in braccio il Bambino.; in quel momento il cielo si rasserenò.  Il 24 giugno del 1608 venne posta la prima pietra per la costruzione del Santuario che fu terminato 83 anni dopo. Ogni anno il 23 giugno ricorre la festività dell'Apparizione . 
Santuario Madonna delle Grazie di Ardesio

Via Priula

La Via Priula è un cammino di elevato valore storico, che ripercorre il tracciato dell’antica strada commerciale realizzata nel 1593.   Si parte dal podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli per collegare la Pianura Padana con la Valtellina, la Valchiavenna e l’oltralpe, senza passare per il Ducato di Milano, allora sotto il dominio spagnolo con le relative imposizioni di dazi di transito. La strada fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel settembre 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l'esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. Questo cammino fu dunque percorso da mercanti, corrieri, soldati mercenari e carichi di merce: lane, ferri, sale, uve, formaggi e il salnitro. La strada piuttosto larga era percorribile lungo alcuni tratti da carri a due ruote e nel tratto del passo di San Marco consentiva il passaggio con animali da soma a pieno carico. Oggi dall’alta Val Brembana, nelle Alpi Orobiche, si raggiunge Chiavenna attraverso la valle del Bitto di Albaredo, la Bassa Valtellina e il Piano di Chiavenna. Da Chiavenna il cammino si collega ai grandi sentieri transalpini della Via Septimer e della Via Spluga. Ci si avvicina a un territorio ricco di monumenti, culture, specialità gastronomiche, locande e alberghi. Il percorso, specie nella parte montana, si sviluppa lungo l’antica mulattiera. Nei fondivalle si sono privilegiate le strade campestri, le piste ciclo-pedonali e altri sentieri. Si coprono circa 80 km in 4 giorni di viaggio toccando, al Passo San Marco, l’altitudine massima di 1982 metri. (Ph Ig: @vale2389)

Val Sanguigno e il Rifugio Gianpace

Il sentiero amico dell’acqua

La Via dei Vasi

Sulle tracce dell’antico acquedotto

Cattedrale e Torrazzo

Un orologio astronomico, pitture di pregio, una vista stupenda sulla città. La Cattedrale e il Torrazzo sono i simboli di Cremona
Cattedrale di Cremona @inlombardia

Duomo di Lodi

Un edificio imponente, d’impianto romanico. Nel Duomo di Lodi è conservata anche la cripta con le reliquie di San Bassiano
@inlombardia

Castello Gallarati Scotti

Cozzo fu in epoca romana un'importante stazione per il cambio dei cavalli posta sulla strada imperiale che conduceva verso le Alpi Cozie (da cui deriva il nome della località) ed aveva nel III secolo d.C. la dignità di città municipale cui faceva capo tutto il territorio dell'attuale Lomellina. Con la fine dell'impero romano anche Cozzo conobbe un lungo periodo di decadenza, sino a quando i monaci benedettini di Cluny vi fondarono un'abbazia e iniziarono a bonificare il territorio. Nel medioevo, per la sua posizione in prossimità del corso del Sesia, Cozzo fu dotato di un forte castello, ricostruito dai Milanesi nel 1214 e rifatto nel XV secolo, quando divenne possesso della famiglia Gallarati. Il Castello Gallarati Scotti fu riedificato intorno alla metà del XIV secolo in luogo della precedente costruzione fortificata dell'XI secolo e circondato dai fabbricati dell'antico ricetto. Nel secolo successivo Francesco Sforza conferì il Castello alla famiglia Gallarati, che sopraelevò di un piano l'edificio aggiungendo la merlatura ghibellina e sistemò il torrione d'ingresso con funzione di rivellino. All'interno si conserva il dipinto monocromo di scuola leonardesca raffigurante la celebre "Madonna dell'Umiltà".   Un’interessante nota storica: una delle sale ospita una copia di quello straordinario documento che è la Tabula Peuntingeriana, fondamentale per le contemporanee conoscenze sulla geografia del mondo antico. La Tabula, unica rappresentazione cartografica della rete stradale romana che sia giunta sino ai nostri giorni, colloca Cuttiae, Cozzo, come tappa intermedia tra le località di Lomello e Vercelli.  La rappresentazione grafica di Cuttiae in questa tavola non si limita alla sola didascalia, ma è arricchita da un’icona, raffigurante due edifici affiancati, che si riferisce di norma alle località più importanti in relazione all’antica viabilità (Mediolanum, Milano per esempio è raffigurata con la stessa icona). I dati presenti nelle fonti scritte vengono confermati da quelli offerti dall’archeologia: da Cozzo proviene infatti una colonna miliaria riprodotta al Museo in dimensioni reali di 1,90 m di altezza e 90 cm di circonferenza, rinvenuta nel 1802 a 2 km da Cozzo che riporta il nome dell’imperatore Antonino Pio seguito dal numerale in cifre latine LVIII, che indicava la distanza tra Cuttiae e Mediolanum, identificata come il “caput viae” della strada che attraversava la Lomellina.  La Via Regina è il fil rouge di tutto il racconto del percorso museale allestito all’interno del Castello Gallarati Scotti. I visitatori sono invitati dalle guide del circuito The Original History Walks® che curano l’accoglienza a percorrere le vie del passato, a sovrapporle a quelle del presente per provare ad immaginare insieme un futuro comune più sostenibile.  Il Castello Gallarati Scotti è un museo-laboratorio in continua evoluzione e trasformazione. È sede della Bottega di Leonardo, un team di giovani professionisti, dall'ingegnere idraulico al fisico teorico, dagli esperti di musica e interpretariato alla nutrizionista che, in italiano e in inglese, coinvolgeranno gruppi, scolaresche, famiglie invitandoli a tornare più e più volte per percorrere un tratto di strada insieme. Durante tutto il percorso, arricchito da pannelli esplicativi in italiano e inglese, installazioni digitali di realtà aumentata e artificiale, oculus e altri strumenti interattivi ricorderanno come la progettazione del futuro si basi su una profonda consapevolezza e conoscenza del passato. Si potrà, tra le altre installazioni, interagire con un amministratore-avatar, (l’attore pavese Davide Ferrari) che, alla scrivania da cui per secoli sono state gestite le terre di proprietà del castello e le maestranze che qui hanno lavorato, racconterà la via della giusta amministrazione Lo splendido affresco monocromo della Sala del Re che ricorda lo storico incontro nel 1499 a Cozzo del Re di Francia Luigi XII poi prende  vita e si anima, grazie alla tecnologia della realtà aumentata, davanti agli occhi dei visitatori proprio nel momento dell’arrivo dei due cortei: da una parte Luigi XII, scortato da alabardieri, in compagnia dei cardinali Giorgio d'Amboise, Giuliano Della Rovere e da un altro un personaggio che si pensa fosse Cesare Borgia. Di fronte la padrona di casa, Maria Percivalle Roero, moglie di Pietro Gallarati, con il marito, le damigelle e giovani cavalieri. È una bellissima istantanea d’epoca in cui la politica del confronto ha il sopravvento su qualsiasi conflitto e prova a ricomporre dissidi che sembrerebbero insanabili. Un messaggio di grande attualità. Pietro Gallarati, primo signore di Cozzo, era proprio questo, un grande diplomatico dalla carriera sfolgorante durata per quasi cinquant’anni. Intimo della famiglia ducale, tanto che Galeazzo Maria, il figlio di Francesco, lo chiamerà sempre zio, riconoscendogli un ruolo di guida autorevole ma affettuosa, è consigliere aulico, cioè di corte già nel 1452, gli sono affidati incarichi diplomatici di grande rilevanza e fiducia presso le corti e i potentati italiani e stranieri, a Venezia, Mantova, Napoli, in Francia, a Roma, nel Monferrato. Partecipa a trattative di pace e concorre a stipulare patti di matrimonio che non sono altro che alleanze politiche, come ad esempio quello tra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Maria Sforza, futuro erede del ducato che vede Leonardo come organizzatore della Festa del Paradiso. Fu proprio Pietro Gallarati a recarsi a Firenze insieme a Cicco Simonetta, allora proprietario del castello di Sartirana, per convincere Leonardo a spostarsi a Milano alla corte degli Sforza ed iniziare tra l’altro quelle mirabili opere di ingegneria idraulica che hanno trasformato il volto di un territorio e permesso di introdurre quella coltura che da ‘spezia’ diviene un alimento di uso sempre più comune: il riso. Sono tante le sorprese e i motivi di meraviglia all’interno del Castello perché il percorso permette più livelli di approfondimento e fruibilità a seconda degli interessi di chi lo visita. Oltre alla ricerca storica e scientifica puntuale che ha visto il contributo fondamentale delle storiche Maria Luisa Chiappa Mauri e Luciana Fantoni, dell’archeologo Nicola Cassone e del geologo Pier Luigi Vercesi insieme ad Andrea Gallarati Scotti e Silvia Passoni, e alla bellezza dei pezzi esposti, tra cui una sala di mappe del territorio magistralmente restaurate, il museo è arricchito da sale immersive, realtà virtuale e applicazioni di realtà aumentata ideate da 4Draw, studio grafico pavese, uno studio geologico di questa terra particolarissima per fonti, fontanili e risorgive, un plastico ne mostrerà anche la formazione ed un grande video seguirà con un drone il corso del Cavo Gallarati Scotti che per trentun chilometri porta le acque dalla Palude di Vinzaglio fino a Cozzo per irrigarne i campi e renderli pronti a dare vita alla coltura del riso, coltura lomellina per eccellenza fino alla creazione di consorzi, come per esempio il Consorzio Est Sesia, e all’applicazione di un nuovo concetto di agricoltore che diventa imprenditore agricolo in grado amministrare e custodire per un bene comune. Spostandosi attraverso l’allestimento curato dall’architetto Maria Paola Gatti dello Studio Torriani-Gatti di Pavia e dall’architetto Antonio Mazzeri si avrà concretamente la sensazione di percorrere una immaginaria strada che mostra l’unica via possibile per conservare e trasmettere l’eredità di cui siamo chiamati ad essere custodi. Il Castello che possiede un ampio ricetto ed un’aula didattica predisposta all’accoglienza di attività per gruppi, scolaresche e famiglie sarà aperto tutto l’anno solo su prenotazione, orari di apertura e contatti sul sito castellogallaratiscotti.it - info@castellogallaratiscotti.it - +39 340 1480301

Castello Isimbardi

Nel cuore della Lomellina un castello tutto da vivere a Castello d'Agogna
CASTELLO ISIMBARDI

Cotechino pavese

Una delizia della tradizione contadina
Cotechino pavese

Villanterio

Villanterio si trova nel Basso Pavese orientale, esteso sulle due rive del Lambro meridionale, ai confini con la provincia di Lodi.   Le origini di Villanterio risalgono all'epoca romana, ma è nel Medioevo che il borgo acquisisce importanza strategica. Dominato per secoli da diverse signorie, tra cui i Visconti e gli Sforza, conserva ancora tracce del suo passato nei suoi edifici storici. Tra questi spicca il Castello di Villanterio, un tempo fortificazione difensiva e oggi trasformato in residenza privata. Palazzo Rizzi venne costruito fra il 1540 ed il 1547 da Giovanni Angelo Rizzi, segretario di camera del Duca di Milano Francesco II Sforza e cancelliere del consiglio segreto di Milano. Egli acquistò nel 1538 dalla camera imperiale di Carlo V la giurisdizione feudale di Villanterio. A quel tempo l’antico Castello era frazionato fra alcune famiglie nobiliari, così il Rizzi comprò dai vari nobili tutte le piccole porzioni di castello. Il piano nobile del Palazzo era suddiviso internamente con un grande Salone e cinque sale consecutive. Tutti i locali erano coperti da volte a lunette affrescate, il cui ciclo pittorico straordinario proseguiva anche lungo le pareti. L’ultimo dei Rizzi lo lasciò in eredità al conte Galeazzo Attendolo Bolognini (1667). Da allora iniziò la decadenza e il Palazzo venne declassato ad abitazione di fittavoli. Nel 1876 il Comune di Villanterio lo acquistò dai Bolognini per adibirlo a scuola elementare, uffici municipali ed alloggio del segretario comunale. (Fonte FAI Fondo Ambiente Italiano)  "Amena è la giacitura di questo borgo, cinto da floride campagne e rigato dal fiumicello Lambro che lo attraversa con grazioso serpeggiamento; le casette poi che lo compongono, acconciamente distribuite sui vari rialzi del suolo a guisa di collinette, conferiscono molto a dargli un ridentissimo aspetto. S’incontra Villanterio a metà circa della strada che da Pavia per S. Angelo, conduce alla città di Lodi"   Così, nel suo libretto “VILLANTERIO- CENNI STORICI E STATISTICI” il Dott. Carlo dell’Acqua, nel 1874, inizia a parlare di questo piccolo borgo.

Il Tartufo dell'Oltrepò Pavese

Il Tartufo è un fungo a forma di tubero che vive sottoterra, costituito da una massa carnosa detta gleba e rivestito da una corteccia chiamata peridio. Costituito in alta percentuale da acqua e sali minerali, che assorbe dal terreno tramite le radici dell’albero con cui vive in simbiosi, nasce e si sviluppa infatti vicino alle radici di pioppi, tigli, querce e salici, diventando dopo la formazione un vero e proprio parassita. Colorazione, sapore e profumo dei tartufi sono determinate proprio dal tipo di albero presso cui si sviluppa: la quercia determina un profumo più pregnante, il tiglio una maggiore aromaticità. Il tipo di terreno influenza la forma: se soffice, il tartufo si presenta più liscio, se compatto, diventa nodoso e bitorzoluto per la difficoltà di farsi spazio. Per la raccolta è indispensabile l’aiuto del cane da trifole e del suo finissimo olfatto. Per apprezzarne tutto l’aroma e il delicato sapore occorre però attendere la piena maturazione. Il gusto è solitamente dolce e delicato, con un profumo di muschio e fungo simile a quello del sottobosco dopo la pioggia. È diffusa soprattutto la varietà nera ma al di sotto dei 600 m di altitudine è possibile trovare anche la varietà bianca, più pregiata e rara. Ideale per risotti, il Tartufo può essere affettato fresco sulla pasta e da alcuni anni si sta avviando una coltivazione controllata parallela alla produzione di carattere naturale. Il tartufo regna sovrano in Oltrepò grazie a un habitat favorevole e talmente vario da permettere la crescita di tutte le tipologie esistenti, ben 44. Un elemento di prestigio noto dal secolo scorso, da quando il botanico Carlo Vittadini, docente all’Università di Pavia, fondò nel 1831 la itnologia, la scienza che studia i tartufi, i profumati “diamanti” della cucina. (Fonte: https://www.buonoasapersipavia.it)

Da Montalto Pavese al Lago Trebecco

Un lungo itinerario con continui saliscendi che da Montalto Pavese sale al Belvedere per poi passare da Montù Berchielli, Pometo, Passo del Carmine, Ruino e giugere infine al Lago Trebecco in provincia di Piacenza. SEGNALETICA: 201 Montalto Pavese si trova nella fascia bassa della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese, a sud di Pavia, situato sulla valle del torrente Ghiaia. Viene denominato la “regina dell’Oltrepò Pavese” per la sua posizione dominante sulle prime colline sopra Casteggio, il bel castello con il giardino all’italiana e per la sua produzione vinicola. La località Belvedere, sita sulla cresta di una collina e soggetta a forti venti, è meta di numerosi turisti e appassionati di parapendio e aeromodellismo. Poco dopo il Belvedere incotrerete, seguendo l'indicazione della bicicletta gialla che porta all'incofondibile Big Bench di Montalto Pavese, dalla quale ammirare un panorama moffazafiato sulle colline circostanti. Superata la panchina gigante, dalla quale si potrà osservare il castello di Montalto Pavese, si entra in una zona selvaggia priva di alberi  dove si potranno con un po’ di fortuna si potranno incontrare dei caprioli. L'itinerario prosegue su e giù per colli e vigneti sino al Passo del Carmine a circa 600 m s.l.m. nel comune di Colli Verdi, un importante crocevia, essendo all'inizio di alcune valli. Il passo del Carmine rappresenta inoltre un altro importante confine, tra l'Oltrepò montano, e quello vitivinicolo, il primo situato a sud del valico e il secondo a nord. Dal passo, si procede verso Ruino, facente parte dei possedimenti del Monastero di San Colombano in età longobarda, per poi scendere direttamente nella val Tidone, in esatta corrispondenza con la Diga del Molato che forma il lago di Trebecco. La Diga del Molato, realizzata tra il 1921 e il 1928 è situata in quella parte della provincia di Piacenza dove la Val Tidone si apre verso la Pianura Padana e fa da sbarramento al torrente Tidone stesso, dando luogo al bacino di compensazione noto come Lago di Trebecco che ha un volume utile di 8 milioni di m3 d’acqua.