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Dal Coca al Curò

In discesa ci incamminiamo lungo il sentiero con segnavia CAI n.303 sino a superare il ponticello di cemento. Poco oltre, s’incrocia il sentiero che sale da Valbondione, lo trascuriamo e pieghiamo a sinistra per avvicinare i ripidi pendii erbosi della conca che accoglie il rifugio.Raggiuntili, il tracciato inizia a prendere quota in modo moderato, consentendoci invece forti vedute sull’alta Valle Seriana, sul demanio sciistico di Lizzola e sulle propaggini del Pizzo Redorta. Un’ampia curva ci pone in direzione Nord-Est e su questa si raggiunge lo sbocco della Valle del Polledrino che trae origini lassù nei pressi della Bocchetta dei Camosci, l’anticamera del Pizzo Coca. Il percorso ha poca pendenza e serpeggia aereo fra le vallecole che precedono il Passo del Corno, che raggiungiamo con uno sbalzo finale (2.200 m, 1h 10’ dal rifugio). Il Monte Corno è vicinissimo. Dal passo si scende leggermente nella valletta opposta e, con una traversata a mezzacosta sui pendii erbosi, dove è facile anche avvistare colonie di camosci, si raggiunge quel tratto di sentiero più sassoso ed esposto, attrezzato con catene metalliche che ne facilitano il superamento. Segue una facile mezzacosta che porta alla base di un canale roccioso e detritico che si risale con l’aiuto di ulteriori catene metalliche. Si perviene così in un pianoro erboso cosparso di enormi massi e spesso “vivacizzato” da capre e pecore, che rappresentano il punto più elevato di questa traversata (2.325 m, 1h dal Passo del Corno). Una breve sosta ci permette di spaziare sulle montagne circostanti, da quelle della Valmorta, verso Nord, al Pizzo Recastello dominante la conca del Barbellino, già visibile sotto di noi con il bacino della Valmorta. Verso Sud, in basso, l’abitato di Valbondione, seminascosto dall’aguzzo e robusto Pinnacolo di Maslana. Inizia ora una ripida discesa verso la diga di Valmorta, dapprima lungo il costone e poi spostandosi verso sinistra sui pendii erbosi. Il sentiero serpeggia tra rododendri e piccoli fiori e, con una lunga serie di tornanti che rendono meno pesante la discesa, si raggiunge il fondo della Valmorta, dove si attraversa il corso d’acqua e ci si dirige verso la piccola diga. Oltrepassato il detritico fondovalle, si risale verso la Casa di guardia della diga, dalla quale ci si immette, verso sinistra, nella mulattiera che costeggia le pareti rocciose della galleria di servizio scavata dall’Enel.Una discesa gradinata e una successiva salita portano nei pressi del rifugio privato dell’UEB, dal quale in breve si è all’accogliente rifugio Corò.
Dal Coca al Curò

Anello tra i ponti da Campo Tartano

Il Sentiero dei Ponti, un itinerario ad anello che ci riporterà nel paese della ormai celebre passerella sospesa
Anello tra i ponti da Campo Tartano

Con le pelli fin sul Pizzo Brunone

Si parte dal caratteristico borgo di Agneda (Sondrio) a 1.228 metri di quota. Nella stagione invernale è disabitato e se la strada non è pulita dalla neve conviene lasciare l’auto poco prima di arrivarci, dove è possibile trovare un piccolo parcheggio. Si inforcano subito gli sci e in poco tempo si raggiunge Agneda, con una bella chiesetta del ‘400 intitolata a Sant’Agostino. Si prosegue verso un largo pianoro lungo una strada forestale che, con alcuni tornanti, porta alla diga di Scais. Superata la diga si costeggia il lago omonimo (1.499 m), che rimane, salendo, alla nostra destra. Si segue l’itinerario in direzione del rifugio Mambretti, ma non lo si raggiunge, immettendosi invece sul sentiero estivo fino alle case di Scais (1.547 m) e di seguito alle baite Caronno a 1.612 metri.Si attraversa a destra un ponticello di legno e in direzione sud-est si incontrano alcune rocce caratteristiche che sembrano conficcate nel terreno formando quella che pare una grossa grotta. Si affronta ora la parte più impegnativa. Si tratta di un ripido vallone sulla destra (attenzione al rischio valanghe) che si segue fino a una strozzatura dalla quale si esce, sulla sinistra raggiungendo la dorsale (passo della Scaletta 2.523 m?). Si continua con una diagonale, sempre verso sinistra e si risale il vallone con alcuni tratti impegnativi. In particolare nell’ultima parte, prima di raggiungere un’ampia bocchetta, vanno valutate con attenzione le condizioni di stabilità della neve. Da qui, in poco tempo si guadagna la meta scialpinistica oppure a sinistra, risalendo a piedi un crestone su facili roccette, la vera vetta del pizzo Brunone (2.720 m). Per la discesa con gli sci si segue lo stesso tracciato della salita. A fare da cornice il pizzo Redorta (3.038 m) e il pizzo di Scais (3.038 m) con la vedretta omonima.
Con le pelli fin sul Pizzo Brunone

Escursione allo Stelvio, il Filon dei Mot

I suggestivi resti del villaggio militare del Filon dei Mot sono raggiungibili lungo due itinerari principali: quello che, nella Valle del Braulio, si sviluppa dalla 3ª Cantoniera della statale dello Stelvio e quello che prende il via dal passo omonimo, toccando la cima del Monte Scorluzzo. Abbiamo optato in questo caso per la seconda escursione, spettacolare per gli scenari che offre. Lasciata l’auto nel grande parcheggio della funivia che porta sul ghiacciaio, dal noto valico tra Lombardia e Alto Adige ci si incammina lungo la strada sterrata in direzione del passo delle Platigliole (sentiero numero 506). Quasi subito si lascia sulla sinistra il Rifugio Compagnoni, ormai abbandonato, e si raggiunge continuando tra ghiaioni sottili la sella delle Platigliole. Saliamo ora per un sentiero che rimonta una valletta fino a un piccolo valico dove, a destra, si può guadagnare quota 2.995 metri, detta Scorluzzino, che domina il Passo dello Stelvio. Vi si trovano una croce dedicata ai caduti austriaci, numerose trincee, una postazione per mitragliatrici e camminamenti. Prendendo a sinistra invece ci portiamo sulla Vetta dello Scorluzzo, anche questa caratterizzata da trincee, camminamenti e gallerie risalenti alla Grande guerra. Da qui, superato un ripido canalino che richiede qualche attenzione, scendiamo lungo la cresta ovest dello Scorluzzo, in gran parte su sfasciumi, costellata da resti di postazioni austriache. La loro improvvisa assenza indica che siamo in quella che ai tempi della guerra era la terra di nessuno. Superata una larga insellatura la cresta si sdoppia: a sinistra si affaccia sulla Valle dei Vitelli, a destra sul Piano di Scorluzzo. Incontriamo l’osservatorio circolare, prima opera militare italiana. Rimaniamo sul versante della Valle dei Vitelli e proseguendo tra resti di postazioni militari ci ritroviamo nel mezzo del Villaggio del Filon dei Mot. Se saliti con due auto, avendone lasciata una all’altezza della 3ª Cantoniera, è possibile scendere dall’altro itinerario al quale abbiamo accennato.
Escursione allo Stelvio, il Filon dei Mot

Montalto Pavese

Montalto Pavese presenta un notissimo Castello cinquecentesco, fra i meglio conservati della regione. Il Castello, privato e al momento non visitabile,  testimonia le sue vicissitudini storiche attraverso i bellissimi arredi di tutte le epoche, in uno scenario di grande suggestione. Si presenta come un edificio solido e imponente, con quattro torri quadrate, e vi si accede attraverso un magnifico portale ornato da pinnacoli e vasi in terracotta. Il complesso è elegante e austero: nell'ampia corte, cui fa da sfondo una loggia, l'occhio abbraccia la fontana monumentale, la statua di Diana, la cappella gentilizia di San Francesco, le terrazze, le scale, i pergolati. Le sale del castello sono sontuosamente arredate, i due giardini, all'italiana e all'inglese, sono ricchi rispettivamente di statue mitologiche e di boschetti di roveri e larici. In località Villa Illibardi, ove sorge la parrocchiale di Santa Maria restaurata nei XVIII secolo, ma di origini più remote, è nato nel 1981 un pregevole Museo della Civiltà Contadina: vero tempio della memoria dell'ingegno della cultura locale, degli antichi mestieri e degli attrezzi ed utensili della civiltà agreste del passato.  Per le visite telefonare al +390383870121 A pochi minuti dal centro del paese, il belvedere detto Madonna del Vento, con la sua dolce pendenza è divenuto il luogo ideale per coloro che praticano il volo libero con deltaplani e parapendii, poiché i venti provenienti da occidente permettono ascendenze ragguardevoli. Nell'antico Palazzo Cristina è stato allestito il Museo delle Api, dedicato a due apicoltori locali, Zelindo Martini e Carlo Perotti, ideatori della raccolta originaria. Nelle sale del museo è possibile accostarsi all'evoluzione delle tecniche di apicoltura nel corso del Novecento attraverso uno specifico percorso didattico sul mondo delle api, e mediante l'esposizione delle attrezzature e degli indumenti degli apicoltori. Photo: Gianni Santolin
Montalto Pavese

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