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Cosa fa un brasiliano alla Scala?

Le vicende del maggior compositore brasiliano e il suo legame con il Teatro alla Scala di Milano

Quando lo scrittore José de Alencar, massimo rappresentante del periodo del Romanticismo brasiliano, scrisse Il Guarany nel 1857, sicuramente non poteva immaginare quanto lontano la sua storia sarebbe arrivata. 

L'opera dà inizio in Brasile allo stile del romanzo storico ed è per cosi dire una versione indigena del "Romeo e Giulietta" di Shakespeare oppure la versione brasiliana de "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni, e come questi, fu pubblicata inizialmente a puntate sul Diário do Rio de Janeiro e solo dopo in forma di libro.

La storia racconta della  devozione e la fedeltà di Perì, indio della tribù Goitacà, verso la ragazza portoghese Cecília de Mariz (spesso chiamata Cecì). Però l'amore di Perì non viene ricambiato, causandogli grandi sofferenze. La morte di un'india della tribù Aimoré, causata accidentalmente da Dom Diogo, fratello di Cecì, provoca una rivolta e l'attacco degli indios. Álvaro, (anche lui innamorato di Cecì), capo delle guardie della famiglia e promesso sposo di Isabel, sorellastra di Cecì, viene colpito nella battaglia. Isabel, vedendo il corpo ferito del suo amato, cerca di soffocarcisi sopra ma resasi conto che è ancora vivo, prova a salvarlo. Nonostante gli sforzi, e senza via di scampo, i due decidono però di morire insieme.

Durante l'attacco, Dom Antônio, padre di Cecì, rendendosi conto di non essere più in grado di resistere, chiede a Perì di salvare Cecília, dopo averlo battezzato cristiano. I due se ne vanno, con Cecì addormentata, mentre Perì vede la casa bruciare in lontananza. A Cecília rimane solo Perì. I due superstiti vagano per giorni e giorni e vengono sorpresi da un forte temporale, che si trasforma in un diluvio. Riparati in cima a una palma, Cecília attende l'arrivo della morte mentre Perì le racconta una leggenda indigena secondo la quale l'indio Tamandaré e sua moglie si salvarono da un diluvio rifugiandosi nella chioma di una palma staccatasi dalla terra e nutrendosi dei suoi frutti. Alla fine del diluvio, Tamandaré e sua moglie scendono e popolano la Terra. Le acque salgono, Cecilia si dispera. Perì, con grande forza, sradica la palma e ne fa una canoa in modo che possano continuare lungo il fiume, facendoci capire che la leggenda di Tamandaré si sia ripetuta con loro.

E quindi tu, caro lettore, ti starai domandando: cosa c'entra il Teatro alla Scala con questa storia di indios e portoghesi che lottano nella lontana selva brasiliana? Bene, bene... adesso ci arriviamo!

Nel 1836, a Campinas, nello stato di São Paulo, nasceva Antonio Carlos Gomes, che sarebbe diventato poi il più importante compositore operistico brasiliano. Nato in una famiglia povera, la sua vita è stata segnata dal dolore. Da bambino perse sua madre, tragicamente uccisa all'età di ventotto anni. Suo padre viveva in difficoltà, con diversi figli da mantenere. Con loro formò la Banda Musical de Campinas, dove Carlos Gomes iniziò i suoi passi artistici e, in seguito, sostituì il padre nella direzione del gruppo. Fin dalla tenera età, aveva dimostrato le sue inclinazioni musicali, incoraggiato dal padre. A quel tempo, alternava il suo tempo tra il lavoro in una sartoria, cucendo pantaloni e giacche, e perfezionando i suoi studi musicali.

All'età di 15 anni, componeva valzer, quadriglie e polche. All'età di 18 anni, nel 1854, compose la Messa di San Sebastiano, la sua prima messa, piena di misticismo. Durante l'esecuzione, ha cantato alcuni assoli. L'emozione che ha riempito la sua voce ha commosso tutti i presenti, in particolare il fratello maggiore, che prevedeva i suoi trionfi. 
A 23 anni, aveva già eseguito diversi concerti con il padre. Da giovane insegnò pianoforte e canto, dedicandosi assiduamente anche allo studio delle opere liriche, manifestando una predilezione per Giuseppe Verdi. Era conosciuto anche a São Paulo, dove si esibiva spesso in concerti. Compose l'Inno Accademico, ancora oggi cantato dai giovani studenti della Facoltà di Giurisprudenza di São Paulo. Qui ricevette il più ampio incoraggiamento possibile e tutti gli suggerivano di andare alla Corte a Rio de Janeiro dove, nel Conservatorio Imperiale di Musica, avrebbe potuto perfezionarsi.

Con grande sforzo, per via delle ristrettezze economiche, riuscì ad arrivare a Rio de Janeiro ed il 4 settembre 1861, al Teatro Lyrico Fluminense, ci fu  la presentazione della sua prima opera "La Notte del Castello", basata sull'opera di Antônio Feliciano de Castilho. Fu una grande rivelazione e un successo senza precedenti nei circoli musicali del paese. Com'era successo a Giuseppe Verdi, Carlos Gomes fu portato a casa in trionfo sulle spalle di una folla entusiasta, che lo acclamava incessanemente. L'imperatore Don Pedro II, anch'egli entusiasta del successo del giovane compositore, gli conferì l'Ordine Imperiale della Rosa. Divenne così una figura amata e popolare. I suoi lunghi capelli erano oggetto di commenti e anche lui rideva delle battute. Due anni dopo questo memorabile trionfo, Carlos Gomes presentò la sua seconda opera, "Joana de Flanders", su libretto di Salvador de Mendonça, rappresentata il 15 settembre 1863.

A corollario del successo, nella Congregazione dell'Accademia Imperiale di Belle Arti, fu letta una missiva ufficiale del direttore del Conservatorio di Musica di Rio de Janeiro, che informava come lo studente Antônio Carlos Gomes fosse stato scelto per andare in Europa, a spese dell'Empresa de Ópera Lírica Nacional, secondo un contratto con il governo imperiale. Fu così che si realizzò l'antica aspirazione del giovane di Campinas, il quale, sebbene commosso, quando andò a ringraziare l'Imperatore per la sua magnanimità, si ricordò ancora del suo vecchio padre e chiese per lui l'incarico di maestro della Cappella Imperiale. Don Pedro II, commosso da quel gesto di amore filiale, acconsentì.

Don Pedro II avrebbe preferito che Carlos Gomes andasse in Germania, dove pontificava il grande Wagner, ma l'imperatrice, donna Teresa Cristina, napoletana, suggerì l'Italia.
L'8 novembre 1863 lo studente partì a bordo della nave inglese Paraná, tra i calorosi applausi dei suoi amici e ammiratori, che erano accalcati sulle banchine del porto. Portava con sé le raccomandazioni di Dom Pedro II al re Fernando del Portogallo, chiedendogli di presentare Carlos Gomes al direttore del Conservatorio di Milano, Lauro Rossi, che deliziato dal talento del giovane studente, iniziò a proteggerlo e a consigliarlo agli amici. Nel 1866 ricevette il diploma di maestro e compositore e la massima lode da parte di tutti i critici e professori. Da quella data in poi, iniziò a comporre. Il suo primo brano musicale fu "Se Sa Minga", in dialetto milanese, su libretto di Antonio Scalvini, rappresentato in prima assoluta il 1 gennaio 1867, al Teatro Fossetti. L'anno dopo ha composto "Nella Luna", su libretto dello stesso autore, rappresentata al Teatro Carcano.

Carlos Gomes godeva già di meritata fama a Milano, ma continuava a sentire la mancanza della sua patria e cercava un argomento che lo proiettasse definitivamente tra le stelle della musica. Un pomeriggio del 1867, passeggiando per Piazza Duomo, sentì un ragazzo gridare: "Il Guarany! Il Guarany! Interessante storia dei selvaggi del Brasile!" Era una pessima traduzione del romanzo di José de Alencar, ma che improvvisamente interessò il maestro: acquistò il libretto e si rivolse subito a Scalvini, anche lui colpito dall'originalità del racconto. 

E così il 19 marzo 1870 andò in scena al Teatro alla Scala la prima del "Il Guarany", che pur non essendo la sua opera migliore, è stata quella che lo ha immortalato. L'opera acquisì presto un enorme risalto, poiché aveva una musica piacevole, dal sapore molto brasiliano, in cui gli indios avevano un ruolo di primo piano. Il grande Giuseppe Verdi, già glorioso e consacrato, avrebbe detto di Carlos Gomes, in quella memorabile serata: "Questo giovane comincia dove finisco io!"

Per ascoltare il prologo de "Il Guarany" clicca qui

Testo a cura di EDDY BEDENDO, guida abilitata ConfGuide-GITEC 

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