Intervista a Walter de Silva

I luoghi del cuore di un ambassador d'eccezione

I luoghi del cuore di un ambassador d'eccezione

Walter de Silva è il numero uno tra i designer dell'auto nel mondo. Compasso d'Oro alla carriera, attribuitogli dall'Associazione Italiana del Design Industriale, laurea honoris causa in Design dall'Università di Bologna, innumerevoli riconoscimenti in giro per il mondo.


Disegna auto dagli anni Settanta e fino alla fine del 2015 è stato il capo del design di tutto il Gruppo Volkswagen, che comprende, oltre al marchio omonimo, anche Audi, Seat, Skoda, Lamborghini, Bentley, le moto Ducati e i camion di Mann e di Scania.


Sessantaquattro anni, nato a Lecco - pur avendo un cognome di origine spagnola - si considera un lombardo doc e per dimostrarlo cita il cognome della madre, Scola, e quello della zia, Mascherpa, come se fossero medaglie al valore. Abita da una dozzina d'anni in Germania - per ovvi motivi di lavoro - ma ha due delle sue figlie che vivono a Milano.


Ci torna spesso, a Milano, e non ha pudore di esprimere tutto il suo amore per la regione che l'ha visto nascere: «La Lombardia» sostiene «è il più bel posto del mondo». E spiega anche perché: «È un miscuglio perfetto di laghi affascinanti e fiumi importanti, con una pianura bellissima. E a queste meraviglie della natura i lombardi hanno saputo aggiungere il proprio gusto con opere, grandi o piccole, ma sempre perfette. Sulle Alpi o sulle Prealpi, poi, si sente davvero la lontananza dalla terra e la vicinanza al cielo».


E della zona di Lecco, dove è nato, cosa ci racconta?

Noi che ci abbiamo vissuto da sempre non abbiamo dovuto aspettare l'arrivo di George Clooney per constatare la bellezza e l'unicità del nostro lago. In più, conosciamo i segreti delle valli e delle montagne che lo circondano, come la Valsassina che è una specie di perla o la Grigna che non ha nulla da invidiare a vette ben più conosciute.


E Milano?

Ci arrivai nel 1975 per lavorare nello studio di Rodolfo Bonetto, un grande designer che lavorava per Fiat, e trovai una città effervescente, creativa, superattiva, dove stavano nascendo i primi studi di grafica e di fotografia e dove stava iniziando il pret-a-porter. Allora c'erano una grande passione e un grande movimento. E ci sono ancora.


Dice?

Milano è più che sveglia. È diversa perché è più interconnessa, più digitale. Ma c'è lo stesso spirito, la stessa capacità di guardare al futuro. Sulla creatività non teme nessuno ed è rimasto un crocevia, una tappa di incontro fondamentale per chi lavora in moltissimi settori.


Tutto perfetto, quindi?

Quasi. Direi che manca solo un grande museo del design milanese, che è un altro modo per dire italiano perché tutto il design di alto livello nasce nel capoluogo lombardo. Milano è il design e un museo del genere non solo arricchirebbe la città, ma sarebbe uno stimolo importante per una serie di settori industriali. Inoltre, sarebbe esportabile e farebbe accelerare aspetti dell'economia italiana che fanno fatica a emergere all'estero.


Perché Milano e la Lombardia mantengono questo primato della creatività?

È una questione culturale e storica. L'apertura della gente lombarda non ha confronti al mondo. La regione ha sempre assorbito tutti ed è la meno razzista che esista. Qui si può trovare lo spazio giusto per l'incontro tra le persone diverse e da questo incontro nasce la creatività. Milano è una delle grandi capitali europee dal punto di vista storico e culturale. Lo è di fatto. Poi c'è il fattore umano.


Dica.

Chi nasce qui ha una vocazione innata alla bellezza, un senso innato dell'eleganza che viene dalla storia, dall'ambiente. 


Rispetto agli anni 70, però, la Lombardia ha perso qualche pezzo, come l'Alfa Romeo a cui lei è molto legato.

L'Alfa Romeo la porto sempre nel cuore. Ci ho lavorato per 12 anni nel centro stile di Arese e rimane il più grande marchio automobilistico del mondo. Conosciuto e amato ovunque, rappresenta bene la Lombardia perché da una parte rappresenta le corse, la velocità. Dall'altra nasce dall'unione dell'Anonima Lombarda Fabbrica Automobili con un imprenditore napoletano, Nicola Romeo.


Se parliamo di velocità ci stiamo dimenticando la 1000 Miglia.

Figurarsi se me la dimentico. Una volta l'ho persino corsa su Nsu 750 a due tempi che per fermarsi aveva solo il freno motore e l'ancora (ride, ndr).


E come è stato?

Affascinante. Viaggiare su un'auto d'epoca attraverso la pianura lombarda alle prime luci dell'alba con l'odore della terra umida e delle stalle che invade la macchina è indimenticabile. Le 1000 Miglia sono un mix di auto, velocità, belle donne e cibo che non ha eguali al mondo e coinvolge totalmente. L'arrivo a Brescia tra gli applausi per chi ce l'aveva fatta come noi, lo ricordo come un momento davvero emozionante.


La rifarebbe?

Mi sono stancato da morire. Le partenze in piena notte, il non dormire mai. Un paio di volte ci siamo anche dovuti fermare perché l'auto non voleva saperne di funzionare e solo l'intervento dei meccanici dell'Audi (Nsu fu acquisita dal gruppo Volkswagen e fusa con Audi nel 1969, ndr) ci ha permesso di arrivare al traguardo. Ma ne è valsa la pena.


Un'ultima domanda. Cassoeula o risotto allo zafferano con l'ossobuco?

Il primo piatto è molto buono, ma è un po' troppo contadino.


Allora?

Risotto con l'ossobuco, sempre. Ma come lo faceva mia madre e come lo faccio io: con la cremolada di limone e il rognoncino trifolato.


E il riso della Lomellina…

Naturalmente. Sapeva che per rendere più giallo e splendente il risotto allo zafferano i nobili usano guarnirlo con foglioline d'oro? Per noi lombardi l'aspetto, anche quello dei piatti da portare in tavola, è sempre stato fondamentale.

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